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Il Riformista is an Italian political and financial newspaper based in Rome, Italy.
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Il caso Toti due anni dopo il “golpe”: dal colpo di grazia di Ranucci all’archiviazione finale Dio ci scampi dal Paese nel quale per rimanere in campo sul terreno della lotta politica devi essere una sorta di eroe in grado di affrontare anche attacchi giudiziari che mettono a rischio la tua reputazione e la tua libertà. Questo Paese, senza alcun dubbio, dagli anni ‘90 è l’Italia. In questi giorni tutti si occupano solo e soltanto della vicenda Ranucci-Lavitola, mentre il mondo in aree strategicamente decisive (Russia, Ucraina, Ceuta, USA, Iran, Cisgiordania) sta saltando per aria. In questo contesto ovviamente è stato del tutto dimenticato il caso Toti, presidente della Regione Liguria, fino al fatidico 2024. Nel 2024 Toti fu accusato di tutto e di più, ma il punto fondamentale fu costituito dall’accusa di aver importato la mafia nella vita economica e politica della Liguria. Toti fu sotto il fuoco incrociato della Procura, del Secolo XIX, del Campo Largo locale e di quello nazionale
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La guerra civile sta distruggendo il Sudan, popolazione in fuga e troppi attori internazionali coinvolti nel dramma Appare davvero necessario tornare a parlare della guerra civile in Sudan che sta attraversando una delle fasi più cruente dei suoi quasi due anni e mezzo di scontri interrotti. L’Organizzazione Mondiale per le Migrazioni ha calcolato che soltanto nell’ultima settimana quasi 5500 cittadini sono stati costretti a lasciare la città di Qaisan e sette villaggi circostanti, nello Stato del Nilo Azzurro, che è diventato il nuovo e più duro terreno di scontro fra i combattenti. La guerra iniziata il 15 aprile del 2023 fra le forze governative guidate dal generale Abdel Fattah al Burhan ed i paramilitari del generale Mohamad Handam Dagalo, detto Hemeti, suo ex alleato, hanno distrutto il paese africano. Lo Stato del Nilo Azzurro è diventato il nuovo campo di battaglia per la sua posizione strategica sul confine con l’Etiopia. I paramilitari delle Forze di Supporto Rapido hanno i
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L’AI non è un distributore automatico di risposte: è una conversazione, un diario che fa domande Ti sei fatto trovare prompt? Bene. "Ho capito la lezione, so dare ordini. Ma io non so proprio cosa chiedere all’AI". Se sei arrivato alla terza lezione con questa frase in tasca, accomodati: sei il candidato ideale, come promesso. L'obiezione che ti sembra una squalifica è il requisito d'ammissione. Le prime due lezioni le hai lette col retropensiero che parlassero ad altri: ai manager, ai cuochi o agli esperti di AI. Questa parla a te. Il guaio non sei tu. È l'idea che ti hanno venduto di questo attrezzo. Te l'hanno raccontata come un distributore automatico: inserisci la domanda giusta e ritiri la risposta. Con una conseguenza scoraggiante: se la domanda non ce l'hai, resti fuori. Roba per esperti, per quelli che sanno già. È la descrizione sbagliata. Queste macchine sono conversazione e la conversazione funziona al contrario: si entra senza sapere dove si andrà a finire. Cosa fai a cen
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Intelligence oltre i Servizi: la vera sfida è costruire una cultura della sicurezza Una particolare graduatoria dei Servizi europei, pubblicata dal settimanale francese L'Express, ha suscitato un vivace dibattito nel nostro Paese. In questa particolare classifica, l’Intelligence italiana è stata collocata al quindicesimo posto su ventuno. È evidente che in un ambito del genere sia molto discutibile effettuare valutazioni, trattandosi del settore più sensibile delle istituzioni: per tutti, infatti, l’Intelligence rappresenta «il cuore dello Stato». A corredo della posizione italiana compare il giudizio di un ex ufficiale della CIA, secondo cui il nostro Paese sarebbe privo di una «cultura dell'Intelligence». Personalmente ritengo questa osservazione non tanto una critica, quanto uno stimolo a fare ancora meglio. E ciò a partire dall'università e dal sistema mediatico, affinché lo studio e la narrazione di questo fondamentale comparto agevolino la sicurezza nazionale, che è la premessa
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E' morto Varenne, il cavallo più veloce di tutti i tempi: l'acquisto per 150 milioni di lire, i 2mila figli e quell'inchino alle bandiere italiane dopo l'ennesima vittoria Varenne non c'è più. Il cavallo più veloce di tutti i tempi si è spento ad Eboli a causa di un infarto fulminante. Aveva 31 anni. A comunicarlo è stato il canale ufficiale dedicato a lui: "Con immenso dolore diamo la notizia della morte del Capitano. Siamo distrutti di fronte a questa notizia. Vogliamo ricordarlo insieme a tutti i suoi fan a volare verso le sue vittorie. Oggi Varenne quelle ali le ha messe per viaggiare altrove, corri sempre libero e sempre nostro Capitano, che la terra ti sia lieve". La carriera e lo storico propietario Varenne era nato a Copparo (Ferrar) il 19 maggio 1995 nell'allevamento di Zenzalino, e dopo il termine della carriera era stato trasferito ad Eboli (Salerno) per trascorrere il ritiro in tranquillità. Era soprannominato "Il Capitano" e nel mondo dell'ippica è considerato come il m
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Ucraina, la guerra e la crisi del grano (a rischio dumping): il déjà vu di Zelensky e l’ostilità dei Paesi alleati Sono stati oltre 1.700 i droni ucraini che hanno attraversato i cieli russi, nell’ultima settimana, diretti su Mosca. Le autorità russe hanno detto che la maggior parte è stata abbattuta. Mentre 123 di questi hanno centrato gli obiettivi. Tra questi uno simbolico e l’altro strategico. Per colpa della “pioggia ucraina”, lo Spasskaya Bashnia, il festival internazionale delle orchestre militari, che si tiene ogni agosto sulla Piazza Rossa, è stato cancellato. Il silenzio del Cremlino suggerisce il suo smacco all’idea che la capitale sia esposta a un livello di insicurezza che non si vedeva dai tempi dell’Operazione Barbarossa. Ben più preoccupanti, per gli approvvigionamenti bellici, sono le immagini che arrivano da Podolsk, a Sud di Mosca, dov’è stato colpito il più grande hub logistico di Wildberries, il gigante russo dell’e-commerce. Per Kyiv non si tratta soltanto di de
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Dalla standing ovation al silenzio assordante, la parabola dell'Anm sul caso Ranucci: quel "tanto meglio" e i paragoni con Falcone e Borsellini di... Sigfrido Il silenzio dell’Associazione nazionale magistrati su Sigfrido Ranucci comincia a diventare un problema interno alla stessa magistratura. Dopo la confessione di Valter Lavitola sul ruolo avuto nell’attentato contro il giornalista, aumentano le critiche all’atteggiamento dell’Anm guidata da Giuseppe Tango. Nel mirino ci sono soprattutto le parole di Stefano Celli, pm di Rimini, esponente di Magistratura democratica e componente del Comitato direttivo dell’Anm. In un’intervista l’altra settimana al Corriere aveva escluso qualsiasi imbarazzo per l’invito rivolto a Ranucci nell’ottobre scorso, quando il giornalista fu accolto da una standing ovation nell’assemblea dell’Anm in Cassazione. L’attentato era già avvenuto, aveva ricordato Celli, ma Ranucci non ne conosceva gli sviluppi. Nessun reato, dunque, e nessun motivo di imbarazzo.
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14 hr
Il Fatto smemorato, pur di salvare Ranucci ha bisogno di sfregiare l’eroe civile Falcone: “Lavorava nel governo Andreotti…” ma non faceva cene «Gli smemorati di Collegno», irride Il Fatto Quotidiano: Violante, Grasso e Ayala avevano osato dire al Foglio che Falcone non avrebbe mai cenato con Lavitola. La replica, non firmata e dunque riferibile alla direzione, sta tutta in una riga: «Lavorava solo nel governo di Giulio Andreotti». Come dire: anche il vostro santino aveva le sue frequentazioni. Due appunti, giacché di memoria si discute. Il primo: Andreotti, in tre gradi di giudizio, non riportò mai una condanna — sempre e soltanto proscioglimenti, con assoluzione piena per i fatti successivi al 1980. Il secondo, decisivo: in quel governo Falcone non cenava, lavorava. Da direttore degli Affari penali, tra il 1991 e il 1992, nacquero la DIA, la Direzione nazionale antimafia e le distrettuali, la legge sui collaboratori di giustizia, lo scioglimento dei comuni infiltrati, fino al decret
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Ben-Gvir in piena campagna la spara ancora più grossa ("almeno 30 morti a notte a Gaza") e rompe con Netanyahu Il menu mediorientale negli ultimi giorni sta diventando sempre più ricco a causa di alcuni avvenimenti importanti. L’inviato americano, nonché genero di Trump, Jared Kushner, è volato in Egitto l’altro ieri per incontrare il capo di Hamas, Khalil al-Hayya, che recentemente ha negato in un’intervista che Hamas il 7 ottobre abbia ucciso civili, e altri esponenti dell’organizzazione terroristica palestinese. Hanno partecipato anche i responsabili del Board of Peace, Nikolai Mladenov e Tony Blair, in qualità di consigliere del Board of Peace, e rappresentanti di Egitto, Qatar e Turchia. Kushner ha fatto pressione affinché Hamas rispetti l’impegno al disarmo, come previsto dalla seconda fase del piano Trump per Gaza. Ma, furbescamente, Hamas pretende che l’IDF effettui contestualmente il ritiro graduale da Gaza, come stabilito dai quindici punti che regolerebbero l’attuazione de
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